Un reportage di Piero Pagliani dall’India, dove vivono 1,2 miliardi di persone di cui il mondo globalizzato non sa raccontare nulla.

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CALCUTTA (Bengala Occidentale – India) – Nel mondo cosiddetto globalizzato, ogni volta che parlo di India mi rendo conto che in Italia, a parte pochi specialisti, se ne ha una visione tra l’inconsistente e l’inesistente. Pare che non esistano sfumature tra l’ignoranza quasi assoluta e la conoscenza accademica approfondita. Nel nostro Paese d’altra parte questo capita anche per altre cose. Ma qui si tratta di una nazione con milleduecento milioni di abitanti, un PIL che sebbene cresca meno di un tempo noi non ci sogniamo nemmeno, un esercito che tra titolari, riserve e paramilitari comprende 3.800.000 persone, ha la bomba atomica e ha in corso una missione spaziale verso Marte. E 800 milioni di persone che hanno bisogno per vivere dell’assistenza statale.

Quelle che seguono sono notizie come le ho raccolte in questo novembre nel mio ennesimo viaggio nel Bengala Occidentale. Sono solo tessere di un mosaico incompletabile ma che non possiamo ignorare.

Crisi del contante e regalo alle banche

Chi va in India in questo periodo si rende conto a proprie spese delle conseguenze della mossa più discussa del governo di Narendra Modi, cioè del governo nazionalista indù: la crisi del contante. Le banconote da 500 e da 1000 rupie, che costituivano la parte di gran lunga maggiore del denaro circolante, non valgono più. Entro il 24 novembre dovevano essere cambiate presso le banche o utilizzate in alcuni uffici pubblici. Quelle rimanenti potranno essere cambiate presso la Reserve Bank of India fino al 31 marzo dell’anno venturo.

Ma la cosa migliore – molto in teoria – sarebbe depositarle presso banche o uffici postali, entro la fine dell’anno.

Le giustificazioni di questa mossa sono due e tutti e due opinabili: 1) combattere l’economia sommersa, 2) combattere il terrorismo (ivi compresa la contraffazione di banconote di provenienza pakistana). Tuttavia l’economia sommersa in India è nella media mondiale, non è niente di eccezionale, e il grosso concerne professionisti che evadono le tasse ma hanno depositi bancari, carte di credito e poco cash. Ad essere colpiti sono stati invece soprattutto i piccoli e medi commercianti che vendono e comprano a ciclo continuo, senza poter depositare alcunché.

Le file per i bancomat e per gli sportelli bancari erano imponenti. Anch’io a Calcutta ne ho fatta una che ha avuto l’onore della cronaca sull’India Times. Code che oltre ad essere oggetto di attenzione da parte dei borseggiatori, mietono anche vittime: a metà novembre i dati riferivano di una ventina di morti, tra infarti e collassi. Ma ci sono stati anche omicidi-suicidi di persone sconvolte da ripetuti fallimenti del tentativo di ottenere contanti e almeno un morto in un tentativo di assalire un furgone che riforniva di banconote le banche.

In molti ritengono che le finalità del governo siano ben differenti da quelle dichiarate: spingere le persone ad aprire depositi bancari e usare carte di debito. Ovverosia un enorme regalo alle banche che ha aspetti di sadismo sociale in una nazione di milioni di piccoli operatori economici. Ma Bill Gates, in visita nel Paese in quei giorni, approvava gongolante: “La moneta di plastica è il futuro in India”. Già, ma quale India? A Bill Gates non importa.

Nonostante questi prestigiosi sostegni internazionali, il malamente dissimulato proposito del governo era spiegato con sarcasmo dall’Hindustan Times: “Modi è come la regina Antonietta che diceva: Se non avete il pane mangiate le brioches”.

USA, Cina, Russia e Pakistan

Il governo nazionalista indù cerca di destreggiarsi negli scombussolamenti geopolitici in corso. Deve giocare come grande potenza su tre tavoli principali: i rapporti con gli USA, quelli con la Cina e quelli con la Russia. Più un tavolino molto pesante ma traballante: il Pakistan. Dato che nel governo indiano non sono stupidi, hanno capito benissimo chi utilizza gli estremisti islamisti e avendo una popolazione islamica in crescita di più di 170 milioni di persone, sanno quindi che devono tenersi buona l’America. Ecco un buon motivo, ad esempio, per gli accordi di supporto logistico militare siglati qualche mese fa dall’India con gli USA. La Russia per risposta ha incrementato la sua cooperazione militare col Pakistan. Una delle tante svolte a “U” geopolitiche cui ormai dobbiamo assistere, perché il Pakistan è uno storico alleato della Cina ed era avversario della Russia durante la Guerra Fredda. Un Pakistan storico nemico dell’India, con cui gli scambi di artiglieria nel Jammu & Kashmir sono incrementati proprio nei giorni in cui ero là. Lo slittamento della Russia verso il Pakistan ha quindi preoccupato l’India che sta tentando di ricucire con Mosca con cui ha sempre avuto strettissimi contatti. Ad ogni buon conto in contemporanea con l’esercitazione con il Pakistan, la Russia ne ha condotta una anche con l’India. Infatti i Russi chiamano questa esercitazione “Indra”, un nome che copre entrambi i due paesi del subcontinente in questione. Tema dell’esercitazione, indovinate un po’: controterrorismo.

Nel frattempo la Cina fa “dispetti di frontiera” all’India: non ha concesso il visto all’allenatore della squadra indiana di volano, perché è cittadino dello stato dell’Arunachal Pradesh che è soggetto a disputa territoriale tra Cina e India.

Trump, le guerre e gli interessi costituiti

Come reagiscono gli Indiani all’elezione di Trump? Una parte dell’intellettualità di sinistra è preoccupata dalle sue dichiarazioni razziste, misogine e antiambientaliste, ma i militanti di quella che possiamo chiamare “sinistra radicale” o “extraparlamentare”, che qui prende le vesti della sinistra comunista marxista-leninista, attendono principalmente di vedere se Donald Trump attenuerà l’aggressività imperialista della quale riconoscono che la Clinton è invece una indiscussa primatista.

Se poi guardiamo alle reazione delle élite economiche, si può notare un’esplicita preoccupazione per le tendenze protezionistiche del president-elect. Per attori economici cresciuti all’ombra della globalizzazione, passi in direzione contraria non possono che generare apprensione.

E sono preoccupate, queste élite, anche dall’avanzata dei “populisti” in Francia, Italia e Germania, ovvero l’avanzata di chi sembra non voler riconoscere i “vested interests” delle élite globalizzate, mascherati da interesse generale.

Tutte le preoccupazioni e tutti i mascheramenti sono paese.

2006-2016: il decimo anniversario delle stragi del “capitalismo dal volto umano”

Come afferma la scrittrice Arundhati Roy: «Tutti noi guardiamo Tata Sky, navighiamo in rete con Tata Photon, giriamo nei taxi Tata, dormiamo negli hotel Tata, sorseggiamo il nostro tè Tata nelle nostre tazzine Tata girandolo coi nostri cucchiaini di acciaio Tata. Compriamo i libri Tata nelle librerie Tata. Hum Tata ka namak khate hain. Siamo sotto assedio». La frase in Hindi significa “Noi mangiamo il sale Tata”. Arundhati Roy si riferisce al sale iodato prodotto dalla Tata e implicitamente alla legge varata dal precedente governo che ha imposto, guarda caso, il sale iodato e ha dichiarato illegale il commercio del sale normale (che costa un quarto). Cosa da far rivoltare nella tomba il Mahatma Gandhi artefice della “marcia del sale”.

Ma le acque economiche in questo immenso conglomerato finanziario-industriale alleato della FIAT (il boss indiscusso, Ratan Tata, ha seduto per sei anni nel CDA della semi-italiana casa automobilistica) non sono quiete. Recentemente ha registrato un crollo miliardario in borsa con la conseguenza che l’erede designato di Ratan, Cyrus Mistry, è stato sfiduciato dal board di Tata Sons (la cassaforte aziendale) e il vecchio patriarca è stato richiamato sui ponti di comando.

La Tata Sons è controllata per il 66% da fondi filantropici. Ma se mai c’è stato quel “capitalismo dal volto umano” tanto celebrato da alcuni giornalisti, specialmente in Italia, esso è andato a pezzi almeno dieci anni fa. Aveva visibilmente iniziato a frantumarsi nel gennaio del 2006 quando la polizia dell’Orissa sparò a Kalinganagar sui tribali che protestavano pacificamente contro un’acciaieria della Tata Steel uccidendone 14 tra cui 4 donne. E ha continuato ad andare in pezzi nel dicembre dello stesso anno con gli espropri delle terre dei contadini a Singur, nel Bengala Occidentale, per costruire gli stabilimenti di Tata Motors che dovevano assemblare la famosa “Nano” (l’utilitaria più economica del mondo) e con l’uccisione di una giovanissima contadina che vi si opponeva. Si chiamava Tapasi Malik, fu violentata in gruppo e arsa viva. Aveva 16 anni. Per questo crimine finirono in galera alcuni boss locali del Partito Comunista Indiano (Marxista), o CPI(M), allora al governo nel Bengala Occidentale e ferreo sponsor della volontà di Tata, ma poi l’Alta Corte locale li scagionò. Tuttavia il CPI(M) è stato spazzato via dalla scena politica bengalese e indiana, anche per colpa del massacro di altri 14 contadini da esso ordinato l’anno successivo a Nandigram. Anch’essi si opponevano agli espropri, questa volta a favore di una multinazionale chimica indonesiana. Il posto del CPI(M) è stato occupato dal Trinamool Congress Party, un partito centrista dalle molte anime che spaziano da destra a sinistra.

Il 31 agosto di quest’anno, la Corte Suprema indiana ha dichiarato illegittimi gli espropri effettuati a Singur. Il motivo è che non erano motivati da “pubblica utilità”, che è il requisito imposto dalla legge sugli espropri, che risale al Raj britannico.

La stessa accusa che dopo la strage di Nandigram fu rivolta al governo del Left Front dall’allora Governatore del Bengala Occidentale. Il governatore era Gopalkrishna Gandhi, nipote del Mahatma.

Roul Gandhi e l’assassinio del Mahatma

E a proposito del Mahatma Gandhi, il suo omonimo (ma solo omonimo) Raul, figlio di Sonia Gandhi e astro nascente del Partito del Congresso, è stato portato davanti a una corte di giustizia per aver affermato nel 2014 che l’assassino del Mahatma era un membro dell’RSS, cioè del Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizzazione dei Volontari Nazionali), un’organizzazione di massa e paramilitare associata al BJP, il partito nazionalista indù dell’attuale Primo Ministro, Narendra Modi.

Insomma, diffamazione. L’avvocato della “parte lesa” ha detto che si accontentava delle scuse di Raul: “Noi crediamo nel Perdona e Dimentica”. Ma Raul ha risposto che è pronto a subire il processo “pur di portare la verità davanti a tutti”. Per ora ha dovuto sborsare 30.000 rupie di cauzione e ci si rivedrà il 30 gennaio prossimo.

Devo confessare che non mi dispiace questo Raul Gandhi. Un’amica della Jawaharlal Nehru University quest’estate mi riferì che all’inizio di un incontro col corpo docente, Raul disse senza mezzi termini “Innanzitutto voglio parlare coi membri delle tribù e delle caste svantaggiate” (e la mia amica è una tribale, un’adivasi, il settore più discriminato e oppresso dell’universo indiano).

Capisco perché il BJP sia astioso nei confronti di Raul, ma l’accusa è bizzarra, perché quanto da lui affermato sull’assassinio del Mahatma è sulla bocca di tutti da decenni.

Il Mahatma Gandhi, la battaglia dell’arcolaio e l’ideologismo progressista occidentale

Prima di partire ero andato alla presentazione di un libro che riportava le esperienze indiane di una nota matematica italiana. Mentre ero lì, mi è sorto un pensiero: dato che sono più di venti anni che lavoro coi matematici indiani potrei anch’io parlare delle mie esperienze, prima che me ne dimentichi. Ma non so se ce la farò, perché a Calcutta sono stato “incastrato” dal mio amico Mihir a scrivere la seconda parte di un libro di logica matematica che la Springer ci aveva pubblicato otto anni fa. Prevedo quindi nuove notti insonni a tentar di inventare tesi e provare teoremi. Poco spazio quindi per i ricordi.

Ma andiamo al dunque. Il libro in questione era presentato da signore impegnate nelle pari opportunità, così come l’autrice. Una di loro, docente di Storia del pensiero politico, ha dichiarato che per l’occasione si era informata sulla storia politica dell’India. E aveva così deciso che ammirava Gandhi tranne che per una cosa: la “campagna dell’arcolaio”.

Ora, con questa campagna Gandhi rivendicava la produzione tessile tradizionale indiana contro quella industriale inglese. Perché allora non piaceva alla nostra docente? Perché, ella sosteneva, rivendicare la produzione all’arcolaio voleva dire “relegare di nuovo a casa le donne”.

L’affermazione mi ha lasciato molto perplesso, per questi motivi:

1) Attorno al telaio e all’arcolaio ruotava simbolicamente tutta la politica coloniale inglese in India, dalle sue origini, ai tempi di Gandhi. Quando la Compagnia Inglese delle Indie Orientali conquistò il Bengala, l’interesse coloniale era esportare in Gran Bretagna i prodotti tessili fabbricati in India. Così che la Compagnia (che era dotata di “privilegi”, cioè poteva agire da Stato) decretò che si potesse produrre solo per la Compagnia stessa e che chi era beccato a tessere per altri era passibile di pene fino al taglio dei pollici (sic!). Quando nell’Ottocento la produzione tessile industriale del Lancashire si impose, l’interesse coloniale divenne, al contrario, quello di impedire la produzione indiana per sommergere l’India stessa coi prodotti provenienti dalla Gran Bretagna. Ecco perché nella lotta nazionale l’arcolaio era un elemento simbolico importantissimo.

2) Arcolaio voleva dire anche “swadeshi“, cioè produzione della comunità per la comunità, una sorta di ideale socialista gandhiano nell’India delle centinaia di migliaia di villaggi. Un concetto politico-sociale che viene continuamente rielaborato dalla sinistra radicale indiana e persino dai guerriglieri maoisti.

3) Infine – e qui siamo a un punto specifico – l’arcolaio e il telaio non erano appannaggio del lavoro femminile, ma erano usati anche dagli uomini. Si veda la bella testimonianza di Marinella Correggia per il Centro Sereno Regis su Amma e suo marito Appa: “Appa ogni alba filava all’arcolaio il filo per tessere a mano“.

Che le cose andassero così lo sanno tutti in India. Ma in Italia evidentemente lo sanno in pochi.

Infine, ai tempi di Gandhi era ben difficile voler ricacciare le donne in casa a fare il calzino, dato che da lì non erano mai uscite. Se non erano in casa erano a lavorare nei campi o a servizio.

Ci vuole insomma prudenza a proiettare le nostre categorie, i nostri convincimenti ideologici e le nostre acquisizioni di oggi sui tempi passati, specialmente sui tempi passati – ma anche presenti – di luoghi con cultura e storia lontane dalla nostra. Il mondo è uno spazio striato, non uno spazio liscio (per usare i noti termini di Deleuze e Guattari). Lo sviluppo economico, politico e sociale è sempre disuguale, vuoi sincronicamente vuoi diacronicamente. L’idea di uno spazio liscio, di una tendenziale omogeneità globale, è quella di un certo marxismo che, a mio giudizio, ha poco a che vedere con la realtà ma, volente o nolente, è allineato all’ideologia globalista.

E sono proprio gli autori delle disuguaglianze e delle ingiustizie che le vogliono negare, nascondendole dietro al politicamente corretto, cioè alla negazione di ogni contraddizione fin dalle parole stesse.

Violenza di genere. #NonUnaDiMeno

Ed eccoci quindi a un punto dolente e tragico del nostro piccolo viaggio di cronaca novembrina in questa nazione smisurata.

La violenza di genere, dallo stupro al femminicidio, riceve ormai un’attenzione quotidiana, su ogni piano possibile. La Corte Suprema ha chiesto ai maggiori motori di ricerca Internet, come Google, Yahoo e Microsoft, di bloccare ogni pagina che riguardi la pubblicità o comunque contenuti relativi alla determinazione prenatale del sesso del nascituro. Perché c’è una strage di feti femminili.

Questa è violenza di genere fin nell’utero materno. Se poi una bambina nasce dovrà spesso subire discriminazioni, anche in relazione alla possibilità di nutrirsi.

E poi… e poi il 18 novembre una donna di 28 anni assieme alla figlia decenne ha percorso a piedi 10 chilometri dal suo villaggio alla stazione di polizia di Howrah, Calcutta, per denunciare il suo stupratore. Al villaggio la suocera e la cognata le avevano consigliato di non farlo e star calma, per non “creare problemi non necessari”. Altri le avevano consigliato di accontentarsi di un indennizzo. Ma Madre Coraggio ha percorso questi 10 chilometri a piedi, accompagnata dalla sua bimba e dalla sua determinazione.

Difficile dire come finirà. Arresteranno veramente lo stupratore? Il precedente Primo Ministro, Manmohan Singh, aveva duramente denunciato la negligenza della polizia nei casi di stupro, un fenomeno criminale che spesso sembra non percepito dalle autorità. Questo novembre, ad esempio, un ministro dell’Uttar Pradesh ha dovuto chiedere incondizionatamente scusa alla vittima di uno stupro di gruppo, perché aveva rubricato questo caso come una “possibile cospirazione politica”.

Comunque sia la violenza di genere è un fenomeno con molte radici che non possono essere recise solo dal rigore giudiziario.

Sabato 26 novembre moltissime donne italiane hanno manifestato contro la violenza di genere. Ho molti motivi per essere dalla loro parte. Motivi pubblici e privati. Sono vicino a loro più di quanto possano credere. A partire dallo slogan, “Non una di meno”, che deve diventare un programma, perché non ci sono soglie sotto le quali la violenza è tollerabile, perché dire “troppi femminicidi” ha un senso solo se “una” è un numero.

“Quando si parla di violenze, di ogni tipo, i dati numerici diventano rapidamente quantità astratte, formano uno schermo tra il concetto che ci formiamo e la realtà, nascondendo che rappresentano singoli esseri umani ognuno coi propri sogni, la propria vita, i propri affetti, la propria voglia di vivere. Quindi dire che un caso di stupro è troppo non è un’affermazione pateticamente idealistica. E’ invece quanto di più concreto si possa dire.”

Così scrivevo due anni fa in “Radha. Le radici della violenza sessuale in India“.

Le difficoltà che la lotta alla violenza di genere erano e sono riscontrate in India, non sono così differenti da quelle che si incontrano in Italia e nei Paesi occidentali. I rivestimenti ideologici possono essere diversi, ma la realtà, come scrive l’appello NonUnaDiMeno, è che “il femminicidio è solo l’estrema conseguenza della cultura che lo alimenta e lo giustifica. E’ una fenomenologia strutturale che come tale va affrontata“.

L’unica possibilità di debellare la violenza di genere è che sia condivisa – sottolineo: condivisa e non “riconosciuta”, ché il riconoscimento è pur sempre una forma di paternalismo – che sia condivisa una cosa in fondo molto semplice, persino ovvia: che la donna ha completa ed esclusiva potestà sul proprio corpo.

Le donne hanno perfettamente ragione a sostenere che questo viene ammesso a parole ma negato nei fatti. Ad esempio quando nel grembo di una donna nasce una nuova vita. E’ chiaro che in questo caso nascono contraddizioni, di carattere biologico e sociale. Contraddizioni con cui occorre fare i conti. Ma esse non possono negare l’unico principio che deve contare se veramente non si odiano le donne.

E in tutti gli altri casi non c’è nemmeno una parvenza di contraddizione con cui fare i conti, ma esclusivamente un esercizio di sopraffazione. E’ così nella violenza domestica, per dirne una, un reato civile e non penale in India, spesso nascosto da paure e superstizioni sociali ovunque, anche da noi.

I casi in India di violenza di genere vengono ampiamente riportati, studiati e dibattuti qui in Occidente. Ma noi Occidentali dobbiamo chiederci come mai, sia nelle statistiche ufficiali sia nelle stime delle associazioni femministe, lo stupro e la violenza di genere si addensano procedendo da Est a Ovest e da Sud a Nord.

Forse bisogna incominciare a prendere atto che il “progresso” non delimita zone di sicurezza; semplicemente perché non ne ha nessuna capacità, non è nemmeno il suo compito. Dobbiamo allora far intervenire finalmente altre categorie e altri obiettivi, come l’emancipazione che è cosa differente dal “progresso”.

Il progresso, in India, non ha arginato la violenza di genere. Anzi, l’ha estesa anche a fenomeno urbano e codificata come arma di repressione nelle “zone ribelli”.

Ma qui da noi, nell’ultra progredito Occidente, è forse diverso?

Qui da noi il progresso tollera perfettamente che bambini e bambine siano ammazzati a centinaia di migliaia. Nel libro mastro del Potere, sono razionalmente computati come un “prezzo giusto“. Il progresso ammette senza tentennamenti che donne, anche giovanissime, possano essere stuprate e le loro madri uccise da tagliagole con le bandiere nere, inviati, armati e finanziati per distruggere una piccola nazione che ha il solo torto di frapporsi tra un impero occidentale e progredito in decadenza e i suoi distopici piani per sopravvivere a se stesso.

Tutte queste cose fanno parte integrante della cultura che alimenta e giustifica la violenza di genere. Il problema è che, a volte senza nemmeno accorgercene, le abbiamo coltivate come una conquista invece di contrastarle come indecenze. E così non sappiamo nemmeno che dobbiamo liberarcene.

Epilogo

Sono nel Sundarbans, tra le isole di mangrovie dell’immenso delta del Gange, nel Golfo del Bengala. Ci sono arrivato di notte, stanco morto dopo un viaggio dall’Italia costellato da ritardi. La barca che mi portava alla mia isola procedeva quasi senza rumore, senza luci e fari tra canali illuminati dalla più grande Luna piena degli ultimi anni (così mi hanno detto). In quello scenario la stanchezza del viaggio si è trasformata in uno stato di semi allucinazione, cullato dal dondolio della barca. I giorni seguenti non vedrò tigri. Vedrò coccodrilli, varani, daini, scimmie, uccelli di ogni tipo. Quelli sì, ma non tigri. Eppure le “video traps” hanno mostrato che ci sono cuccioli e che la popolazione di tigri del Bengala è stabile. Ma sono elusive. Fin quando non decidono che un pescatore che sta raccogliendo granchi e gamberi è più comodo da prendere che non un daino o una scimmia. 50 è la media annuale del numero delle vittime.

Dopo qualche giorno mi sposterò a Santiniketan, dove Rabindranath Tagore stabilì la sua università, la Visva Bharati il cui motto è “Yatra visvam bhavatyrkanidam“, che in Sanscrito significa “Dove il mondo fa la sua casa in un solo nido”. Lì andrò a un matrimonio, il motivo che mi ha portato in India. Avverrà con un rito non consueto, quello appunto che si rifà alle indicazioni di Tagore, nume tutelare di ogni bengalese che si rispetti, di destra o di sinistra, capitalista o comunista. Un’eredità enorme, incombente. Passerò le mie notti nel dormitorio del laboratorio teatrale di Abani, un artista gentile e geniale, in mezzo al bosco tra i cui alberi ragni enormi tessono le loro grandi tele. Buon per noi, meno zanzare. Tanto in un villaggio vicino mi accorgerò subito che una delle cose peggiori è il morso di un tipo particolare di formica. Sissignori, non una puntura di scorpione da raccontare con particolari esotici e un po’ eroici, non il morso di un ragno tropicale, di una scolopendra o di un serpente, ma l’umiliante morso di una modestissima formica. Un male che non vi dico e un gomito gonfio per giorni.

Specialmente imponenti sono i ragni che sorvegliano l’entrata all’edificio della cucina-refettorio, dove mi preparo un tè e lo sorseggio rimirando manifesti di rappresentazioni passate e di Jerzy Grotowski, il grande regista polacco che rimase colpito dalle performance del living theatre di Abani nelle strade di Calcutta, negli anni Sessanta, e divenne suo mentore.

In quella sorta di ashram teatrale condividerò la stanza con un ospite particolare: un membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Indiano Marxista-Leninista, CPI(M-L), da non confondersi col sopra citato CPI(M). Il CPI(M-L) è infatti un’organizzazione politica composta dai reduci (e superstiti) della rivolta naxalita degli anni 60-70, mortalmente avversata dal CPI(M). Con questo compagno di stanza saranno, per forza di cose, due notti di discussioni, intervallate da una caccia a un grosso ragno impiccione, da me delicatamente sfrattato dalla stanza, incolume (sia io che il ragno).

Anche nel CPI(M-L) ritengono che il pericolo principale sia oggi l’aggressività dell’imperialismo statunitense e stanno a vedere che cosa combinerà Trump, senza essere troppo interessati a quel che dice e a quel che dicono di lui. E per validi motivi.

Perché a proposito di razzismo e maschilismo, questo partito è impegnato in lotte che noi nemmeno ci immaginiamo. Altro che le parole non ortodosse ed estremiste del presidentelect e il suo poco rispetto per le donne! Qui si parla di stragi di tribali, si parla di donne a cui massacrano il seno perché è simbolo di fertilità, per umiliare e terrorizzare la loro comunità e che vengono violentate e spesso uccise dalle forze di sicurezza e dagli sgherri dei latifondisti e delle multinazionali, si parla dello stupro come arma di repressione legalmente protetta da leggi speciali. Un’arma utilizzata metodicamente.

Come avrebbe detto Marx, qui tutto è in dimensione asiatica rispetto all’Italia, anche razzismo e femminicidio. Le accuse di “trumpismo” contrapposte alle rivendicazioni di “antirazzismo” o di “femminismo” che si fanno da noi, in India verrebbero viste come esotismi poco capibili.

Attenzione ai pensieri politicamente corretti! Sono trappole in cui si può cadere senza rendersene minimamente conto e quando ce ne rendiamo conto è troppo tardi. In Occidente il pensiero politicamente corretto è una melassa che impiastriccia tutto e tutti, che ormai cola da sola senza nemmeno che ci sia bisogno della presenza costante del pasticciere. Si autoriproduce.

Tiro fuori dalla valigia il kurta pajama, la Jawahar coat e lo shawl che ho preso a Calcutta per il ricevimento del secondo giorno. La giovane amica che mi consigliava aveva un ottimo gusto, specialmente in fatto di abbinamento dei colori. Ma il primo giorno ho deciso che mi metterò in ghingheri all’occidentale: giacca e cravatta. E siccome il pranzo che precede il matrimonio è all’insegna dell’ecumenismo socialista – nessuna barriera etnica, di classe o di casta – in quella mise mangerò assieme ai contadini e ai tribali di tutti i villaggi del circondario. Rigorosamente alla bengalese, cioè con la mano destra, su piatti di foglie di banana intrecciate. Nella variopinta pluralistica comunità che si forma attorno ai tavoli nessuno farà caso a come sono vestito; è un abbigliamento come un altro. Mi sento a mio agio. Incrocio l’anziana vedova che molti anni prima mi curò una brutta ferita con delle erbe (in questo villaggio non ci sono farmacie). L’abbraccio, mi riconosce e si commuove. Mi sento a mio agio ma non sono antioccidentale. Anzi, amo la civiltà occidentale. L’Occidente mi fece e l’Occidente mi disferà. Ma ogni tanto devo scappare in India a disintossicarmi dalla melassa di una civiltà in fase di putrescenza e che rinnega se stessa, per cercare di sottrarmi al suo lavaggio del cervello, alla sua candeggiatura di neuroni, alla sua strage di sinapsi, alle sue equazioni superficiali, preconcette e ideologiche ma all’apparenza tanto razionali e progressiste.

pubblicato da
megachip.globalist.it
giovedì 1 dicembre 2016 22:02

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=126926&typeb=0&novembre-indiano-notizie-da-un-sesto-dell-umanita

 

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